cronofobia.
«Sei uno che per principio non s'aspetta più niente di niente. Ci sono tanti più giovani di te o meno giovani, che vivono in attesa d'esperienze straordinarie; dai libri, dalle persone, dai viaggi, dagli avvenimenti, da quello che il domani tiene in serbo. Tu no. Tu sai che il meglio che ci si può aspettare è di evitare il peggio. Questa è la conclusione alla quale sei arrivato, nella vita personale come nelle questioni generali ed addirittura mondiali. E coi libri? Ecco, proprio perchè lo hai escluso in ogni altro campo, credi che sia giusto concederti ancora questo piacere giovanile dell'aspettativa in un settore ben circoscritto come quello dei libri, dove può andarti male o andarti bene, ma il rischio della delusione non è grave.»
Italo Calvino.
più che del tempo ho sempre avuto paura delle parole. delle parole da evitare, di quelle da non dire, delle parole incastrate nel cervello, di quelle vuote come bolle di sapone, di quelle troppo difficili, di quelle che uccidono, di quelle che animano, di quelle che ti congelano le dita, di quelle che vorresti incidere sulla pelle o raschiare su muri pallidi, di quelle che ingannano, di quelle che ti spogliano interamente. forse il mio usarle incredibilmente poco, il mio disintegrarle sugli angoli della bocca lievemente in su in un sorriso incerto è dato dalla comprensione di tale potenza. è la consapevolezza di quest'impegno di dire le parole giuste al momento giusto che mi blocca, che mi fa girare in tondo. il problema nasce quando c'è chi le parole te le ostenta come suoi brandelli di carne. ma non solo te le sciorina in maniera così sublime. ma ti penetra dentro,
ti fa le ossa a pezzi, riesce a legarti a sé.
divento sua. ma lei non è mai mia. non ho funi con cui legare. ho sorrisi sospesi, vuoti e respiri accumulati che accelerano il battito cardiaco. nient'altro. il problema nasce perchè, in realtà,
io non ho nulla da darvi.